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e-borghi travel 11, Febbraio 2020: Ronciglione, il paese del carnevale

L’origine del Carnevale è incerta. Viene fatta risalire ai Saturnali e ai Lupercali, le antiche feste agresti con riti propiziatori in uso tra i Romani che dedicavano questo periodo a “Febris”, dio dei morti originariamente chiamato dagli Etruschi “Februus”, da cui deriva il nome del mese di febbraio. Secondo studi antropologici, le maschere altro non sono che rappresentazioni di morti o creature degli inferi o dei mondi sotterranei. Lo stesso termine maschera deriverebbe dal longobardo maska, che indicava l’anima del defunto. Espiazione, purificazione e rinascita coincidevano infatti con la fine dell’inverno e con la ripresa dei lavori nei campi per le nuove semine. Nei secoli, con il cristianesimo, divenne un periodo di “sfogo” concesso al popolo prima dei rigori della Quaresima. “Carnem levare”, appunto! In altre parole, il periodo immediatamente precedente a quello di digiuno e astinenza in cui si toglieva “la carne”. In un documento del 1590 si legge che «...Il carnevale non è altro che un grande salasso, una terapia necessaria al corpo sociale...».

Ronciglione, rotondus cilio

In provincia di Viterbo, a circa 50 chilometri a nord di Roma e ad appena due chilometri dal lago di Vico, si distende Ronciglione, anche noto come “il paese del Carnevale”. Un comune di quasi 9mila abitanti, il cui originario abitato risale al XI secolo e, con caratteristica comune a molti paesi della Tuscia, costruito sopra un grosso sperone tufaceo che un tempo ben si prestava alla difesa e osservazione del territorio circostante. Proprio da questo massiccio tufaceo di forma tondeggiante, rotondus cilio - “rotondo ciglione” -, secondo l’ipotesi più attendibile, ha origine il toponimo della cittadina: Ronciglione. Il piccolo centro nei monti Cimini, già territorio dell’antico Stato Pontificio, ha una documentata e ultrasecolare tradizione carnevalesca che si rifà a quella barocca romana. Quella di Ronciglione è da sempre la manifestazione in maschera di riferimento per l’intero territorio della Tuscia e nel corso della sua evoluzione la sua fama ha valicato i confini locali, tanto che da alcuni anni il carnevale è annoverato tra i dieci più importanti d’Italia.

Folklore da storia

Nel 2018, il carnevale di Ronciglione ha ottenuto anche il riconoscimento del Ministero per i beni e le attività culturali che lo ha inserito, con proprio decreto, nell’elenco dei “Carnevali storici italiani”, unico della regione Lazio. Un carnevale, quello di Ronciglione, che ha una fortissima connotazione popolare e nel quale carri allegorici, costumi e allestimenti sono realizzati artigianalmente da sarte e maestranze locali. Per l’occasione, molte case e spazi privati, nei mesi precedenti il carnevale, si trasformano in laboratori artigianali nei quali tessuti e paillette si mescolano a odori e attività domestiche quotidiane. L’intera manifestazione è particolarmente attesa e sentita da cittadini e turisti che prendono posto ai lati del percorso che si snoda tra le vie rinascimentali del borgo per ammirare i carri allegorici e i gruppi mascherati che danno vita al tradizionale “Grandioso Corso di Gala”, istituzione delle domeniche di questo carnevale . E’ il trionfo di costumi ricchi ed eleganti oppure di maschere scanzonate e grottesche in un tourbillon di coriandoli, colori, allegria, bande folkloristiche e saltarelli (girotondi in musica) a cui partecipa spesso anche il pubblico che diventa a sua volta protagonista e non solo semplice spettatore.

Allegoria e allegria

Ma il carnevale di Ronciglione non è solo il “Corso di gala” con carri e mascherate come avviene nella maggior parte dei centri italiani. Nell’ultima settimana del carnevale, quella cosiddetta “grassa” e che richiama moltissimi spettatori, ogni giornata a Ronciglione è caratterizzata da una serie di differenti manifestazioni allegoriche, gastronomiche e dai riferimenti storici, come la celebre cavalcata degli Ussari. Di quest’ultima, la tradizione narra che alla fine del ‘700, durante la permanenza in paese delle truppe francesi lì stanziate a difesa dello Stato Pontificio, un capitano degli Ussari, nel periodo di carnevale, per pavoneggiarsi agli occhi di una dama della quale si era innamorato, cavalcò più volte - alla testa di un drappello dei suoi soldati - lungo la salita principale del centro abitato. Questa singolare parata viene proposta tutti gli anni da figuranti con uniformi d’epoca, all’inizio delle manifestazioni, riscuotendo grande successo dal pubblico assiepato dietro le transenne.

Nasorosso, ironia e Bacco

Nonostante i cambiamenti sociali e di relazione che coinvolgono soprattutto le giovani generazioni, il carnevale di Ronciglione ha alcune tipicità che sembrano non risentire di tali mutamenti. E così, ad esempio, si inizia con il giovedì grasso dedicato proprio ai bambini che fin dalla tenera età sfilano in gruppi organizzati a tema, accompagnati spesso non solo da qualche genitore, ma anche dalle maestre delle classi che frequentano. Il sabato è invece dedicato alla gastronomia con prodotti del territorio e della cucina contadina tradizionale. Al pubblico vengono offerti fagioli in umido; polenta e fregnacce, una sorta di crêpe arrotolata e condita con zucchero, pecorino e cannella. Il tutto rigorosamente in maschera! Ma il clou, sotto questo punto di vista, si raggiunge il lunedì di carnevale, quando la giornata è appannaggio della maschera tradizionale ronciglionese: Naso Rosso! Un buontempone dalla battuta pronta, ironico, irriverente e “adoratore di Bacco”...

Maccheroni e ragù

«Una maschera insolita ed enigmatica che il lunedì di carnevale di ogni anno (dal 1900) diventa la maschera di tutti i ronciglionesi e dà vita a quel singolare rituale detto ‘la pitalata’. Vestiti con un bianco camicione e berretto da notte, i Nasi Rossi calano come un esercito sulla piazza, cantano un inno al vino, rincorrono gli spettatori, salgono con scale sui balconi, entrano nelle case per offrire sadicamente i maccheroni (rigatoni, n.d.r.) che tengono ben caldi in un vaso da notte... Una singolare figura di ubriacone che sale dal mondo sotterraneo delle cantine per portare abbondanza di cibo...» (Prof. Luciano Mariti – già ordinario di Discipline dello spettacolo alla Sapienza di Roma). In realtà è opportuno precisare che i pitali (vasi da notte) sono delle ceramiche decorate, nuove e fatte appositamente per i “Nasi Rossi” da maestri ceramisti del centro Italia che dell’originario vaso sanitario riproducono le fattezze per suscitare beffardamente un’iniziale repulsione a chi non conosce questa tradizione. Sono riempiti con pastasciutta riccamente condita di ragù di carne e spolverati con abbondante parmigiano e pecorino, per essere poi offerti, ancora ben caldi, ai presenti nella piazza principale del paese.

Musica e saltarelli

Verso sera, dopo le manifestazioni da programma, la banda cittadina intrattiene ancora il pubblico con musica dal vivo per il già citato saltarello cui, senza distinzioni di età e sesso, partecipano - festanti e con spirito di condivisione - i presenti in piazza. Questo è uno dei momenti di partecipazione collettiva cui difficilmente si sottraggono anche i turisti che liberano la loro energia con allegria e spensieratezza. Il tutto termina la sera del martedì grasso con un singolare funerale del Re Carnevale il cui fantoccio, dopo aver percorso le vie cittadine accompagnato da un corteo provvisto di fiaccole  - a cui tutti possono partecipare -, viene appeso a una mongolfiera gonfiata in piazza a fiamma viva e lasciata volare libera in cielo. L’antica tradizione agreste interpreta il volo alto e regolare della mongolfiera come buon auspicio di prosperità per i futuri raccolti. Confidando anche in un pronto ritorno del re folle e burlone!

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