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e-borghi travel 19, Novembre 2020: Sapori, saperi e sentieri… saraceni!

Poco prima dell’anno Mille, i Saraceni invasero diverse zone del Mediterraneo: arrivarono anche in Italia, spingendosi fino in Piemonte. Per fuggire dalle loro razzie, un gruppo di monaci dell’Abbazia di Novalesa, in Val di Susa, decise di trasferirsi a Breme, un piccolo villaggio nella bassa Lomellina: qui costruirono una nuova abbazia consacrata a San Pietro, che in breve tempo divenne una delle più influenti d’Europa. Come accadeva in ogni monastero, coltivarono anche un orto trovando in quel microclima così particolare alla confluenza tra il Po e il fiume Sesia un terreno decisamente favorevole per le cipolle. Mille anni dopo la cipolla rossa di Breme, conosciuta come “la dolcissima” per il suo sapore rotondo e la digeribilità, che la rende adatta a essere consumata anche cruda in insalata, diventa Presidio Slow Food. La sua coltivazione ancora oggi è manuale, con tecniche tramandate dai monaci: un lavoro lungo e complesso, regolato da un rigido disciplinare che permette esclusivamente l’utilizzo di prodotti biologici, vietando ogni pesticida.

Le grotte dei Saraceni

Torniamo in Piemonte, dove i Saraceni sono una presenza viva ancora oggi. Tra Ottiglio e Moleto, piccoli borghi del Monferrato, nell’ultimo secolo improbabili truppe di speleologi e archeologi improvvisati hanno cercato di esplorare le cosiddette grotte dei Saraceni, antichissime cavità ipogee che in epoca romana erano luoghi di culto dedicati a Mitra e successivamente furono utilizzate come rifugio dagli invasori. Molti sono spinti dal sempiterno fascino della caccia all’oro dei Saraceni, che nessuno ha mai trovato. Altri in quelle cave di tufo conservano il vino, il vero tesoro del Monferrato: siamo nella terra del Gavi e del Moscato bianco, perfetti per accompagnare pasti a base di prodotti tipici locali. Non c’è pranzo, qui, che non inizi con qualche fetta di Salame Cotto o di robiola di Cocconato: trovano posto sulla tavola la Gallina Bionda di Villanova d’Asti, la pregiata carne di razza bovina piemontese Fassona con cui si prepara il Fritto Misto alla Piemontese, il cardo gobbo di Nizza Monferrato presidio Slow Food e ovviamente sua maestà il tartufo bianco.

Gli ‘ndremmappi di Jenne

Seguire il percorso dei Saraceni in Italia non è difficile: dietro di sé hanno lasciato non solo saccheggi ma anche fortificazioni, vocaboli entrati nell’uso comune e ricette. Tutta l’Italia centrale e meridionale abbonda di torri di avvistamento dei Saraceni, che provenendo dalle coste africane arrivavano via mare. A Filettino, borgo del Lazio all’interno del Parco Naturale Monti Simbruini, sono ancora visibili le mura saracene, erette lungo la strada che porta a Trevi proprio per difendersi dagli attacchi degli invasori arabi. Terra di pastori e contadini, il parco è famoso per la coltivazione di legumi, come il fagiolo di Vallepietra. Se passate di qui, assaggiate gli ‘ndremmappi di Jenne, uno dei piatti più tipici della zona nati dal rito della transumanza delle greggi: si tratta di pasta fresca lavorata a mano con farina di grano mista a crusca e condita con olio, aglio, prezzemolo, peperoncino, salsa di pomodoro e alici, ovvero il prodotto più semplice ed economico che i pastori riportavano a casa dagli alpeggi estivi.

Il tesoro del Monte Marabito

Andiamo più a sud e approdiamo in Sicilia, la prima sponda toccata dalle navi saracene durante la loro conquista d’Italia. La Sicilia è un connubio perfetto di tradizione araba, greca e normanna: a Palermo si narra ancora la leggenda del Monte Marabito, nelle cui caverne i Saraceni consegnarono favolosi tesori ai diavoli che lì abitavano perché li custodissero. Un filo diretto con la stessa leggenda del Monferrato ma con sapori diversi: a Mazara del Vallo, dove un tempo approdavano i Saraceni oggi si produce olio extravergine d’oliva Dop, con le cultivar autoctone Biancolilla, Nocellara del Belice e Cerasuola. Basta un filo per condire i celebri gamberi rossi di Sicilia, tra i crostacei più apprezzati del Mediterraneo ma ancora in attesa della Dop. Alle spalle di Mazara, nella valle del Belice, si lascia il mare per la terra: a regnare qui è la Vastedda, tipico formaggio ottenuto dal latte delle pecore del luogo, che ha ottenuto la Denominazione di Origine Protetta dall’Unione Europea.

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