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e-borghi travel 8, Gusto e borghi: Nella “Terra dei castelli”

Si chiama Unione Terre di Castelli e raggruppa otto borghi in provincia di Modena, distesi lungo un territorio che dalla pianura sale dolcemente verso le colline, via via fino all’Appennino: Vignola, Spilamberto, Marano sul Panaro, Guiglia, Savignano sul Panaro, Castelnuovo Rangone, Castelvetro di Modena e Zocca sono otto gemme incastonate in un paesaggio naturale ancora incontaminato e ricco di charme. Non è un caso, dunque, che il claim di Terre di Castelli sia “Vivi, Scopri, Assapora”: tutti i cinque sensi, infatti, vengono inebriati visitando questi piccoli scrigni impreziositi da gemme architettoniche che hanno il sapore della storia, da prodotti enogastronomici sfiziosi, da una natura esuberante e perfetta per passeggiate rigeneranti e trekking tonificanti, il tutto permeato da un’atmosfera che strizza l’occhio al bien vivre e ai ritmi slow del turismo di qualità.  Eccoli allora, tutti e otto, in un’affascinante carrellata (a Vignola è dedicato un approfondimento, poco più avanti sulla rivista) tutta da assaporare!

Spilamberto: ritorno al Medioevo

Tappa di viandanti e pellegrini lungo l’antica via Romea già prima dell’anno Mille e presidio difensivo a partire dal Duecento, Spilamberto mantiene intatto il suo fascino antico grazie sia alla poderosa Rocca Rangoni – dal nome dei feudatari che lo governarono per secoli –, con il tozzo corpo centrale ingentilito da un balcone cinquecentesco, e sia soprattutto all'imponente complesso del Torrione trecentesco, che svetta sull’abitato con i suoi merli, rivelando i resti dell’antico ponte levatoio e narrando di un passato oscuro in cui fu adibito a prigione. A tal proposito, è imperdibile una visita alla cella di Messer Filippo, un prigioniero colto e capace di scrivere in rima, che ha raccontato la propria storia sui muri della prigione, attraverso graffiti che la leggenda vuole scritti con il sangue – e sempre secondo la leggenda, il fantasma di Filippo si aggira ancora tra le antiche mura! –. Le viette di Spilamberto custodiscono altre gemme degne di nota come il Palazzo del Governatore, il Palazzo del Bargello, l’antica filanda seicentesca per la lavorazione dei bachi da seta – allevati sul territorio –, la Chiesa della Beate Vergine del Carmine e il Museo del Balsamico Tradizionale, prodotto di punta della gastronomia locale insieme ad amaretti e nocino.

Marano sul Panaro: dove la natura regna sovrana

Un paesaggio ondulato punteggiato da minuscoli agglomerati che invitano, solo ad ammirarli, a rallentare i ritmi: è il territorio di Marano sul Panaro, la cui storia, in realtà, è scandita da episodi non proprio tranquilli, che vedono Modena e Bologna contendersi per secoli il grazioso borgo e il suo castello, risalente addirittura al 1100. Cuore dell’abitato principale è Piazza Matteotti, quasi un libro aperto sulle vicende del paese, dominata com'è dalla Chiesa di San Lorenzo – che custodisce il veneratissimo Cristo Nero, in legno d’ulivo – e dall’Antico Mulino Montecuccoli – il nome deriva dalla Signoria che governò Marano nel tardo Medioevo – sotto al quale scorre scenografico il canale omonimo. Lasciando il centro antico, meritano una visita anche Denzano – abbellito dall’alta torre e impreziosito dal castello e dai resti di una parrocchiale, della quale rimane solo l’abside costruita a immagine del prototipo del Duomo di Modena – Villabianca – da dove la vista spazia sulla vallata e sui suggestivi calanchi – e Ospitaletto – con il curioso il fenomeno vulcanico delle “salse” –, mentre da Festà e Casona partono interessanti escursioni lungo il Panaro e all’interno del Parco dei Sassi di Roccamalatina.

Guiglia: il balcone dell’Emilia

La vista che si gode dall’abitato e che abbraccia a volo d’uccello le colline – siamo a 490 metri d’altitudine – e la pianura, da sola vale la visita di Guiglia, ma le sorprese che il borgo riserva non si esauriscono certo con il panorama: l’antico castello, con la svettante Torre del Pubblico, narrano di intrighi, guerre tra fazioni, incendi e dominazioni che lasciano le proprie tracce nei rimaneggiamenti architettonici dell’edificio via via fino al 1630, quando il marchese Montecuccoli iniziò un restauro radicale che trasformò la rocca in una sontuosa residenza nobiliare. Ha mantenuto invece le fattezze di un maniero il Castellino delle Formiche – la cui etimologia è frutto di un’errata traduzione medievale del latino formido, “che incute timore” – un piccolo agglomerato dominato dalla torre quattrocentesca arroccata su uno sperone roccioso e trasformata nei secoli nel campanile della Chiesa di Santo Stefano, costruita entro le mura. Infine, è ancora un edificio religioso che merita una tappa a Guiglia, la Pieve romanica di Trebbio, nel cuore del Parco Regionale dei Sassi di Roccamalatina: con il bel portale scolpito, i capitelli antichissimi, le pitture di pregio e le splendide sculture che ne valorizzano l’interno.

Savignano sul Panaro: tra castelli ed elefanti

Se ci fossero dubbi sulle origini antichissime di Savignano, oltre ai resti di insediamenti preistorici, due importanti ritrovamenti fugano ogni dubbio: qui infatti è stato ritrovato lo scheletro di un elefante Mammuthus risalente al Pliocene – e visitabile nel locale Museo dell’elefante – e la Venere di Savignano – una statuetta con sembianze femminili – , databile al Paleolitico, mentre il suo castello medievale – dalla bellissima torre in sasso, sulla quale si possono ancora vedere i resti di pregevoli affreschi – ha conosciuto diverse dominazioni, tra le quali quella di Matilde di Canossa, tra le più importanti protagoniste della scena internazionale dei “secoli bui” che, si dice, amasse soggiornare “da queste parti”, tanto che aggirandosi tra le viuzze del borgo ci si imbatterà quasi sicuramente in quella che la leggenda vuole fosse la sua casa. Per gli amanti del buon vino, non si possono non segnalare gli 11 vitigni del territorio, da degustare sotto forma di Doc, in una delle aziende vitivinicole dei dintorni, mentre nella stagione invernale non si può non assaggiare il dolcissimo caco di Savignano.   

Castelnuovo Rangone: all’insegna dell’arte contemporanea

Ritrovarsi a Castelnuovo vuol dire concedersi una passeggiata lungo i secoli, che inizia idealmente al Museo Archeologico Terramara di Montale, che ospita – open air – la ricostruzione di un insediamento terramaricolo (ovvero un villaggio preistorico fortificato risalente all’età del bronzo) ritrovato in loco, prosegue con i resti delle mura e del castello e con il torrione quattrocentesco a pianta quadrata, e termina al Crac Spazio Arte, dall’avveniristico concetto di fruizione artistica che consente di ammirare le opere esposte in qualsiasi giorno e a qualsiasi ora, grazie alla disposizione “in vetrine” visibili dall’esterno e sempre illuminate. E a corollario della passeggiata “temporale” non possono mancare una sosta al pozzo “ritrovato”e alla statua in bronzo dedicata al maiale – l’animale-simbolo dell’attività più produttiva del paese, la lavorazione delle carni suine – così come un giro sulla Collina delle Fiabe, per tornare un po’ bambini tra le sagome dei personaggi delle favole disegnate dal noto scenografo Emanuele Luzzati.

Castelvetro di Modena, la patria del Lambrusco

Dici Castelvetro e ti viene subito in mente Grasparossa, la varietà di Lambrusco più pregiata, che qui viene coltivata insieme al vitigno del Trebbiano, usato poi per ricavare l’Aceto Balsamico Tradizionale. Immerso in un riposante paesaggio scandito da filari e tralci, il borgo di Castelvetro è dominato da sei scenografiche torri medievali, alcune delle quali affacciate su Piazza Roma, nota anche come piazza “della Dama” per l’elegante pavimentazione a scacchi neri e bianchi, bordata da edifici degni di nota come il Palazzo Comunale del Secondogenito e il Palazzo Rinaldi, in stile neogotico-medievale. Imperdibile è anche una sosta al Castello di Levizzano, nell’agglomerato omonimo, con la sua cinta muraria e la svettante Torre Matildica. Immersi nel verde, altri due edifici meritano un cenno: il Santuario di Puianello, dalla facciata lineare e dagli interni barocchi, e il delizioso Oratorio di San Michele Arcangelo, da dove la vista abbraccia le colline ricoperte di vigneti.

Zocca: anima rock

Per gli amanti della musica, ma non solo, Zocca è diventato quasi un luogo di pellegrinaggio: sono infatti numerosi i visitatori che vi si aggirano per scoprire dove è nato il rocker più amato d’Italia, il grande Vasco Rossi – e magari sperare di incontrarlo tra le vie del centro –. Fama musicale a parte, Zocca merita una visita – magari in estate, per scappare dal caldo cittadino e immergersi in un contesto naturale di raro fascino: siamo a 759 metri d’altitudine, tra castagni e boschi infiniti – anche per l'elegante centro storico e, soprattutto, per i numerosi tesori che ne punteggiano l’orizzonte. Come l’antico fortilizio di Montalbano, con i ripidi vicoli e la chiesa settecentesca. O come il Castello di Montetortore e l’abitato di Montecorone. Una curiosità: il “Vasco nazionale” non è l’unico personaggio illustre al quale Zocca ha dato i natali, sono infatti nati qui anche Maurizio Cheli, astronauta, Massimo Riva, chitarrista e cantautore, gli scrittori Giuliano Pasini e Mauro Santagata, il musicista Giovanni Maria Bononcini e il pittore e architetto Antonio Tesi. 

Natura regina

La natura è la quinta che incornicia gli antichi borghi, facendoli splendere come gemme preziose in un castone color smeraldo, che assume innumerevoli sfumature man mano che il territorio muta: si passa infatti dal verde chiaro e quasi argenteo delle vigne – di rara suggestione in autunno, durante il periodo del foliage, quando si tingono di rosso intenso –, accanto alle quali si sviluppano splendidi percorsi naturalistici perfetti per passeggiate immersive, al verde brillante della natura collinare, da esplorare in bicicletta, al verde intenso e fitto dei boschi, dove abbandonare pensieri e stress, magari con qualche sessione di forest bathing, ultimo ritrovato tra le pratiche che coniugano natura e wellness. E poi, ovviamente, c’è il Parco Regionale dei Sassi di Roccamalatina, 2.300 ettari di castagneti, faggeti e coltivi, dai quali emergono, come cattedrali naturali, imponenti guglie in arenaria, alte fino a settanta metri, mentre il sottobosco si popola di magnifiche orchidee selvatiche, gigli, ciclamini, anemoni, erica e golosi mirtilli, creando l’habitat ideale per tassi, istrici, volpi, caprioli, daini e faine.

Enogastronomia: a tutto gusto

Ognuno degli otto borghi dell'Unione Terre di Castelli vanta prodotti tradizionali pregiati, la cui fama travalica quella del territorio d’origine, nonché una gastronomia ricca di piatti sfiziosi. Se Vignola, infatti, è sinonimo di ciliegia e di torta Barozzi, Spilamberto è sede della Consorteria dell’Aceto Balsamico Tradizionale – al quale è dedicato anche un interessante museo – e vanta una produzione di golosi amaretti e inebriante nocino. È il caco invece il prodotto principe di Savignano, che condivide il palcoscenico enogastronomico con ben 11 vitigni, tutti riconosciuti come Doc. A Castelnuovo Rangone è la lavorazione delle carni suine – a cui è dedicato anche il MuSa, il museo della salumeria – la maggior risorsa, che è valsa al borgo anche una menzione nei Guiness dei Primati per la manifestazione Superzampone. E la carne ben si accoppia con uno dei nettari di Bacco più famosi nel mondo, il Lambrusco, prodotto a Castelvetro di Modena nella pregiata varietà Grasparossa, a cui è dedicato anche il locale Museo Rosso Graspa. Infine, non si può lasciare Guiglia senza aver assaggiato il Borlengo, una sfoglia friabile e sottile condita con pesto di lardo, rosmarino e Parmigiano, mentre passando da Zocca in stagione è la castagna la protagonista della tavola e di un museo dedicato.

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