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e-borghi travel 9, Artigianato e-borghi: Lazio, dna artigiano

È una regione dai mille volti, il Lazio, avvolta intorno alla magnificenza regale di Roma ma punteggiata anche da minuscoli quanto meravigliosi borghi – uno su tutti: Calcata, che emerge da una distesa infinita di verde con le sue case arroccate, diventate nel tempo enclave e buen retiro di artisti e artigiani – e da frizzanti località costiere. Comune denominatore di tutte le realtà laziali è la produzione artigianale tipica, la lavorazione a mano di materie prime, la creazione di oggetti artistici di rara bellezza, ma anche la realizzazione di eccellenze enogastronomiche secondo le ricette tramandate nei secoli. E per rendersi conto che le tradizioni artigiane qui hanno origini antichissime che si perdono nella notte dei tempi, basta fare un giro a Roma e prestare attenzione ai nomi di vie, piazze e vicoli per ritrovare le antiche corporazioni e confraternite che vi avevano sede con i loro laboratori e le botteghe, vere fucine artistiche dove imparare un mestiere: ecco allora via dei falegnami, dei balestrieri, dei sediari e dei fabbri, per fare qualche esempio. Partiamo allora alla scoperta delle innumerevoli eccellenze artigiane laziali.

Arte orafa per tutti

La particolarità dell’artigianato laziale che non tutti sanno è che, nei secoli, si è sviluppato su due “binari” paralleli: un artigianato “colto” e prezioso, cresciuto intorno alla Chiesa e alla nobiltà e quindi caratterizzato da incredibili opere d’arte di assoluta raffinatezza e valore immenso, e uno “di provincia”, nato per soddisfare i bisogni – a volte primari – delle classi meno abbienti e che con il tempo si è evoluto andando a conquistare la nascente borghesia. E se questo era vero per la lavorazione dei metalli – per ottenere opere d’arte puramente decorative o, al contrario, tegami e pentole – è ancora ben visibile nell’arte orafa: accanto a una categoria di artigiani, infatti, che produce a livelli inaccessibili per i comuni mortali – basti pensare a certe croci in oro e argento dell’oreficeria sacra tipiche della Sabina – si è fatta strada una generazione orafa che ha nel tempo affinato la propria arte (interessanti le scuole orafe nate nella zona dei Castelli e a Tarquinia) pur rimanendo nel “quotidiano”. A tal proposito, sono diventati famosi i gioielli delle balie ciociare in oro e corallo.

Il corallo: tra fede e superstizione

Come si è appena accennato, il corallo è entrato nelle lavorazioni orafe in tempi remoti ma, soprattutto in Ciociaria, il suo uso e la sua lavorazione hanno origini antichissime, che mescolano folklore, fede e credenze popolari, dando allo splendido oro rosso significati e poteri tramandati di generazione in generazione: non è un caso, quindi, che compaia addirittura nei costumi tradizionali. Se, infatti, per l’escatologia cristiana il corallo è associato alla figura di Gesù, per le pur religiosissime donne ciociare rappresentava un amuleto di buon augurio e contro il malocchio, nonché un simbolo di fertilità, in grado di curare anche numerose malattie, dalla lebbra alle ulcere. Superstizioni a parte, più corallo si indossava in Ciociaria e più era elevato il proprio rango sociale: curàglia – la collana, di grandezza variabile – e sciuccàglie – lunghi orecchini a pendaglio – però non potevano mai mancare durante le uscite pubbliche, delle nobildonne come delle contadine. Ed erano proprio monili di corallo che venivano regalati anche alle balie come segno di ringraziamento per aver allattato un pupo. Un’ultima curiosità: anche gli uomini indossavano gioielli in corallo, orecchini e pendenti per lo più, ma si trattava spesso di briganti.  

Non solo oro

Se l’arte orafa ha raggiunto livelli eccelsi, anche la lavorazione dei metalli meno “nobili” ha nel Lazio una lunga tradizione, che ancora una volta si sviluppa in duplice direzione: monili e oggetti di decoro da una parte e utensili di uso quotidiano dall’altro. Ad Alatri, Anagni e Fiuggi, per esempio, si lavora il rame e si realizzano soprattutto i “conconi”, tipici contenitori per l’acqua che ormai rivestono solo un ruolo ornamentale, mentre a Frosinone, Sora e Poggio Bustone (in provincia di Rieti) da generazioni viene tramandata la lavorazione a sbalzo del rame, che pare abbia addirittura origini etrusche, per creare pentole e utensili di rara bellezza; la lavorazione con la tecnica della martellatura trova ancora qualche fedele artigiano anche a Latina, dove la produzione è orientata verso vasi e oggetti miniaturizzati. Veroli, invece, piccolo gioiello della Ciocaria adagiato sul fianco di un colle, è nota per la lavorazione del ferro battuto, utilizzato per creare letti, lampadari e cancelli – ma per secoli il delizioso borgo è stato anche un centro di fusione delle campane – insieme alle più note Tivoli, Latina e Tarquinia.

Tutto il calore del legno

Intagliatori, ebanisti e impagliatori, in Lazio, da secoli seguono metodi di lavorazione artigianali che differiscono da zona a zona ma che danno vita a mobili e suppellettili di alto valore artistico. E così, se a Sora, in provincia di Frosinone, si producono bellissimi mobili intagliati, a Ripi e Veroli (entrambi ancora in provincia di Frosinone) si trovano raffinati mobili decorati con trafori lignei che ricordano quelli dei cori di chiese e abbazie. Più “rustiche” invece le produzioni ciociare e dei Castelli, con eccellenze come le “madie” di Vico (in provincia di Viterbo) decorate con graffiti a semicerchi concentrici. E a proposito di lavorazioni particolari, non si può non citare Anagni (Frosinone) con le sue “tarsie”: tessere di legno naturale, di varia forma ed essenza, posizionate a incastro per creare un motivo decorativo. E ancora, a Carpineto Romano viene utilizzata l’antica tecnica dei bottai per realizzare splendidi contenitori, oltre a pipe e ombrelli per pastori; metodo antico anche per gli impagliatori di sedie di Cori (Latina), Turania (Rieti) e Canepina (Viterbo) e per i cantieri navali di Formia (Latina), dove vengono costruite barche con la stessa bravura degli antichi maestri d’ascia.

Ricami, ricami, ricami

Dici ricamo e la mente vola subito al cosiddetto “punto Palestrina”, la tecnica speciale ed elaborata che ha reso famosi nel mondo i delicati ricami dell’omonima città in provincia di Roma e che già dall’antichità erano usati per ornare gli abiti, tanto che è testimoniata l’esistenza di una vera e propria scuola risalente al periodo della Roma Imperiale. Ma se Palestrina rimane la “capitale” laziale del ricamo, la regione vanta altre eccellenze legate ad ago e filo, come Alatri, Anagni e Veroli in provincia di Frosinone, Sezze e Spino Saturnia in provincia di Latina, e Bagnoregio in provincia di Viterbo: aggirandosi tra le viette e le stradine di questi splendidi borghi – Bagnoregio, immortalato in numerose pellicole cinematografiche sembra un vero portento della natura, sospeso com’è sulla sommità di uno sperone roccioso – non sarà difficile incontrare qualche ricamatrice intenta al lavoro, magari sotto il caldo sole delle stagioni più miti.

Ceramiche d’autore

Anche l’arte della ceramica ha in Lazio la sua punta di diamante: Civita Castellana, in provincia di Viterbo, che vanta una produzione dagli allegri colori e dai dettagli raffinati. E proprio nella Tuscia Viterbese sono stati ritrovati reperti e resti antichissimi, che fanno risalire la pregiata lavorazione addirittura agli etruschi, tanto che oggi questa antica arte – che gli artigiani si tramandano letteralmente di padre in figlio – è protetta dal marchio “ceramica Tuscia Viterbese doc” che ne decreta anche il rigido disciplinare e che prevede, tra l’altro, la cottura dei manufatti in argilla a differenti temperature, per poi essere lavorati a mano in laboratori artigianali autorizzati. Laboratori e botteghe all’interno dei quali perdersi tra oggetti di uso quotidiano e vere e proprie opere d’arte: souvenir perfetti da portare a casa dopo un giro ad Acquapendente, a Bagnoregio, a Bomarzo o ancora a Tuscania e Vasanello. Infine, per gli appassionati, non può mancare una visita al Museo della Ceramica di Tarquinia, tra esemplari preziosi e reperti delicatissimi.  

Terracotta: dall’antichità al futuro

Da una lavorazione dedicata al quotidiano a un’altra che si declina sia in oggetti di pregio sia in utensili: la terracotta, che ha i suoi “paladini” in Ciociaria e nell’Alto Lazio, dove, ancora una volta, le origini di questa lavorazione artigiana si fanno risalire agli etruschi, mentre l’introduzione del colore si attesta nel tredicesimo secolo, quando boccali e piatti guadagnano le tonalità del verde e del bruno grazie all’uso di ossido di rame e di manganese. Tra le particolarità, le statuine del presepe di Arpino e la produzione di Pontecorvo, entrambi poco distanti da Frosinone, dove la terracotta viene lavorata per ottenere le “cannate”, bellissime anfore decorate a freddo con terra rossa e perfette come preziosi oggetti d’arredo. Anche il viterbese, ça va sans dire, vista la “parentela” tra ceramica e terracotta, ha le sue eccellenze, con botteghe ad Acquapendente – bellissimo borgo dominato da un turrito castello di rara suggestione –, Bomarzo – imperdibile una visita al celeberrimo Parco dei Mostri –, Tarquinia – dove si respira ancora un’atmosfera medievale –, Tuscania – particolarmente scenografica al tramonto, quando il sole riscalda il raccolto borgo – e Vasanello, con il suo poderoso maniero.

Tra tappeti e arazzi

Se è vero che l’arte della tessitura è forse tra le più remote attestate - con telati e arcolai di tutte le fogge e ritrovati in ogni parte del mondo -, è anche vero che ogni etnia vanta tecniche, disegni, materiali e lavorazioni differenti che ne connotano nei secoli le produzioni, arrivando a creare vere e proprie tradizioni che valicano poi i confini nazionali oppure che restano realtà di nicchia da (ri)scoprire. È il caso della tessitura in Lazio, che vanta due centri ancora piuttosto attivi: Farfa (Rieti) in Sabina dove accanto a splendidi tappeti in lana dai disegni classici vengono creati raffinati tessuti di puro lino e di lana cardata, e Subiaco (Roma), dove invece sono le tovaglie, accanto ancora ai tappeti, le protagoniste. Oltre che per fare incetta di tessuti, tuttavia, i due borghi meritano una visita anche per alcune chicche architettoniche come l’Abbazia Benedettina di Farfa, che ospitò addirittura Carlo Magno, e la rocca abbaziale di Subiaco, annoverato tra i Borghi più belli d’Italia.  

Tutti i colori del travertino

Se si dovesse decretare qual è la pietra-simbolo del Lazio, ci sono pochi dubbi sull’esito: sarebbero sicuramente tutti concordi nello scegliere il travertino, roccia calcarea utilizzata già nel I millennio a.C. e caratterizzata – grazie alla sua porosità, che le consente di assimilare ossidi differenti – da una gamma cromatica pressoché infinita, che va dal latte al noce, passando per tutte le sfumature di giallo e rosso. La tradizione laziale è così radicata che oggi, a livello internazionale, i migliori travertini sono considerati quelli estratti ai margini del vulcano laziale, in particolare a Tivoli – ma le cave sono anche a Monterotondo e Palidoro, sempre in provincia di Roma e a Cisterna di Latina –, noti proprio come “travertino romano”, quello che i latini chiamavano “lapis tiburtinus”. Accanto all’estrazione, le diverse località vantano anche una fiorente tradizione artigiana, che, ancora una volta, si sviluppa sul duplice filare dell’artigianato laziale, proponendo articoli per l'edilizia accanto a oggetti ornamentali di raffinata fattura.

Gastronomia: infiniti prodotti tipici

Le innumerevoli eccellenze gastronomiche laziali, le materie prime che compongono pietanze iconiche conosciute in tutto il mondo, sono una vera gioia per gli occhi e i palati dei gourmand. Dalla fragolina di Nemi, squisita quanto delicata, alla porchetta di Ariccia, semplicemente irresistibile, per fare un paio di esempi legati alla bellissima zona dei Castelli Romani, perfetti per gite fuori porta in partenza dalla Capitale, per coniugare natura, enogastronomia e bellezze architettoniche. E che dire dei carciofi? Sapientemente cucinati “alla giudea”, per arrivare al principe delle tavole laziali, il pecorino romano Dop, dal sapore intenso e pieno, ottenuto da quelle greggi che sono dirette discendenti dei loro antenati latini, quando il pecorino compariva sulle tavole della Roma Imperiale – chi capita ad Aprilia, in provincia di latina, deve provare la produzione locale, con artigiani che fanno ancora la salatura a mano –. Infine, anche l’oro liquido, l’olio extravergine d’oliva, ha i suoi degnissimi rappresentanti in Lazio, con due Dop, il vellutato e aromatico Sabina, prodotto tra le province di Roma e Rieti, e il viterbese Canino, dal sapore intenso e fruttato.

I piatti della tradizione

Carbonara, amatriciana, abbacchio, gricia, cacio & pepe, ma l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo: sono infiniti i piatti della cucina romana e laziale che sono entrati nella tradizione gastronomica italiana come “grandi classici” e, se è vero che al giorno d’oggi il turismo enogastronomico è tra i percorsi di visita di un territorio più in voga, è anche vero che non si può dire di conoscere davvero una regione se non si sono provati i piatti della sua cucina. Cucina che, nel caso del Lazio – diciamolo – non è improntata sicuramente alla leggerezza, ma certamente la proposta gastronomica è irresistibile: chi riuscirebbe a dire di no a un piatto di bucatini all’amatriciana? E al guanciale croccante degli spaghetti alla carbonara o alla cremina che forma il pecorino mescolato al pepe e all’acqua di cottura della pasta per gli spaghetti cacio & pepe? I più “coraggiosi”, poi, non possono non assaggiare la coda alla vaccinara (si tratta di una coda di bovino stufata e condita con verdure varie), l’abbacchio alla romana, la trippa alla trasteverina, i saltimbocca alla romana (fettine di vitello ripiene di prosciutto e salvia) e la pajata, rigatoni conditi con le budella del vitello da latte.

I paladini di Bacco

Accanto a una così ricca varietà gastronomica, non può mancare un degno calice di accompagnamento e infatti la produzione enologica laziale spazia dai bianchi leggeri e perfetti come aperitivo ai rossi più strutturati, via via fino ai vini da dessert come moscato e aleatico. Inutile dire che, anche in questo caso, la coltivazione dell’uva abbia origini antichissime, addirittura antecedenti all’Impero Romano – non è un caso la presenza di diversi vitigni autoctoni, come il bellone e il grechetto a bacca bianca e il cesanese a bacca rossa – e che negli ultimi tempi la produzione si è affinata, tanto da guadagnare ben 27 Doc e tre Docg, due nella zona forse più famosa dal punto di vista enologico, quella dei Castelli, con il Cannellino di Frascati e il Frascati Superiore – entrambi prodotti da uve malvasia di Candia e il Frascati con il vanto di essere stato la prima Docg d’Italia – e il ciociaro Cesanese del Piglio, in provincia di Frosinone, un vino rosso di grande struttura prodotto dall’omonima uva. Un tour enologico che si rispetti, tuttavia, non può non comprendere anche una sosta a Cerveteri (Roma) e a Tarquinia (Viterbo) entrambi con una ricca produzione sia di rossi sia di bianchi; e proprio la provincia di Viterbo è la “patria” di due tra i vini più famosi: l’Est! Est!! Est!!! di Montefiascone Doc e l’Aleatico di Gradoli Doc, da degustare soprattutto nella versione passita. 

Porta Portese: il mondo artigiano in un mercato

Non possiamo che terminare la nostra incursione nel mondo dell’artigianato laziale con un posto che ne riassume e raccoglie tutte le eccellenze, offrendo non solo uno spaccato sulle diverse lavorazioni manuali, ma anche una colorita atmosfera tipicamente romana: stiamo parlando del mercato di Porta Portese, celebrato in film e canzoni – chi non ha canticchiato almeno una volta “Porta Portese” di Claudio Baglioni o non ha riconosciuto le bancarelle in “Ladri di Biciclette” e in “Sciuscià” –, nato nel secondo Dopoguerra come nuova location della borsa nera che si teneva a Campo de’ Fiori. Un punto di incontro e scambio di prodotti realizzati artigianalmente, articoli usati e oggetti introvabili nel mercato tradizionali. Chi avrà, infatti, la pazienza di alzarsi presto la domenica mattina – il mercato apre alle 6.00 e chiude intorno alle 14.00 – e di aggirarsi con calma tra i banchi dei diversi rigattieri, potrà portare a casa veri e propri “tesori” della tradizione locale di oggi e del passato e proprio la varietà dell’offerta è valsa al famoso mercato di Trastevere il celebre detto “A Porta Portese puoi trovare di tutto, dalla pillola al Jumbo Jet”. 

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